UNA VISITA | Sono tornato all’ITIS Giacomo Feltrinelli

Il Presidente di EMiT Walter Cavalieri e Carlo Feltrinelli durante la visita all'ITIS Giacomo Feltrinelli di Milano

di Walter Cavalieri, Presidente EMiT Feltrinelli ETS

L’ultima volta che ero entrato in quell’atrio era il 1966. Ne sono uscito cinque anni dopo con il diploma di Perito Industriale Capotecnico in elettrotecnica. Scendendo le scale.

Ci sono tornato per accompagnare Carlo Feltrinelli — erede della famiglia che costruì quell’edificio — in visita alla scuola. Con me il Vicepresidente e la Segretaria Generale di EMiT.

Nell’atrio: il busto in marmo di Giacomo Feltrinelli. La targa che ricorda la donazione di suo nonno. E i display moderni che annunciavano la visita di Carlo Feltrinelli.

Un ingresso emozionante. Per tutti, credo.
Ma per me in modo diverso.

La prima tappa è stata un laboratorio di chimica. Insegnanti e studenti in camice bianco. Le fiamme dei becchi Bunsen. Il rosso del litio. Il giallo arancione del sodio. Cinquantanove anni fa indossavo quello stesso camice. Cercavo i componenti di una polverina sconosciuta. Voto: sufficiente. Uff.

Poi le officine meccaniche.

Lì i ricordi non sono arrivati dagli occhi. Sono arrivati dal naso.
L’odore di grasso e metallo. Lo stesso di quando studiavo qui. Lo stesso delle fabbriche in cui ho lavorato dopo il diploma. Strano come gli odori conservino i ricordi meglio di qualsiasi fotografia.


Sul muro, una scritta sola: W il Feltri!

Da sempre, chi frequenta questa scuola la chiama così.

L’ITIS Feltrinelli ha attraversato la storia di Milano e dell’Italia. I bombardamenti del 1943 che distrussero gran parte dell’edificio. La guerra. La lotta di liberazione. Dai registri scolastici — che alcuni studenti del liceo stavano studiando in preparazione di un viaggio ai campi di sterminio nazisti — emergono nomi di ragazzi caduti in Grecia, dispersi in Russia, entrati nella Resistenza. Una scuola che non ha solo formato tecnici. Ha formato cittadini.

Me lo ripeteva la mia insegnante di italiano e storia: “Ma dove sta scritto che un perito industriale non deve saper leggere e scrivere?


Aveva ragione.

Sono circa 25000 i diplomati dal 1908 a oggi. Tecnici, dirigenti, insegnanti, giornalisti, sindacalisti. Persone che hanno contribuito a costruire questo paese attraverso due guerre mondiali e vent’anni di dittatura.

La presenza di Carlo Feltrinelli non era un atto formale. Camminare nei corridoi di una scuola che porta il nome della tua famiglia, fermarsi davanti alle targhe, ascoltare gli studenti che ti spiegano come si producono plastiche biologiche dalle bucce della frutta — è fare i conti con un’eredità. Non solo storica. Valoriale.

Sua famiglia credeva che la formazione fosse un investimento per il paese. Lo credeva nel 1908, quando finanziò la Scuola Industriale Milanese. Lo credeva nel 1913, quando suo nonno donò i fondi per costruire l’edificio. Quella convinzione è arrivata fino a oggi. Ed è la stessa che muove EMiT Feltrinelli da oltre un secolo.

Grazie a Carlo Feltrinelli per la sua disponibilità e per il senso con cui ha vissuto questa visita.
Grazie ai suoi antenati, che con lungimiranza e generosità avevano capito l’importanza della formazione per lo sviluppo del paese — e se ne erano assunti l’onere in prima persona.
Grazie alla dirigente scolastica e al suo staff.
Grazie agli insegnanti, molto identificati con il loro ruolo e con l’importanza di questa scuola.
Grazie agli studenti, che ci hanno mostrato cosa sanno fare e cosa potranno fare.
Grazie all’ADAF, che mantiene viva la memoria del lavoro fatto in questa scuola.

Grazie a EMiT Feltrinelli — ai suoi consiglieri, dirigenti e dipendenti — che ancora oggi lavorano per offrire formazione a persone e organizzazioni, con la consapevolezza che i diritti si ottengono e si mantengono con lo studio e con il lavoro di tutti.